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8 novembre 2009

Facezie. 01

Io amo il prossimo. Davvero davvero. E’ per l’attuale che ho seri problemi.


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12 luglio 2008

Lib-Ro






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27 gennaio 2008

L'ultimo voto

Le prime percezioni della vita reale arrivarono sotto forma di note. Tranquille e rilassanti note musicali che poco per volta si trasformarono in musica, pianoforte, archi.
«Si sta svegliando», sussurrò una voce, e lui fece un respiro più ampio e mosse le palpebre pesanti, perché un po’ di luce gli aveva procurato del fastidio.
«Va tutto bene, dottore?», disse qualcuno.
«Sì. Si sta riprendendo benissimo. I valori sono tutti regolari.»
"Che bella musica", pensò Fausto muovendo un po’ la testa, un po’ le gambe, un po’ la schiena.
«Signor Zardi?»
"Il pianoforte è uno strumento meraviglioso", pensò ancora.
Mosse nuovamente le palpebre, che si aprirono davvero, ed entrò più luce. Non c’era solo la musica e…
«Signor Zardi, ben tornato.»
"Sono io il signor Zardi", pensò Fausto, mettendo meglio a fuoco ciò che vedeva.
Un viso lo stava fissando. Sorrideva.
«Va tutto bene, signor Zardi. E’ in un ospedale e questa è la signorina Cristina, la sua infermiera.»
Un altro viso sorridente, questa volta femminile. Un bel viso giovane e cordiale, una bella musica, una stanza illuminata con luce tenue... Questa volta Fausto si preoccupò.
«Cos’è successo?», chiese, provando a spostarsi un po’ di più.
«Stia tranquillo, signor Zardi. Va tutto bene», disse l’uomo che sembrava un medico, mentre la ragazza gli toccava una mano infreddolita, con dita calde e protettive. Anche lei disse: «Va tutto bene», continuando a sorridere, ed effettivamente non avvertiva nessun dolore.
«E’ stato male, ma adesso è tutto passato. Si trova all’ospedale San Corrado e io sono il dottor Luciani. Lei si è appena ripreso da un lungo periodo di recupero.»
«Recupero? Recupero da cosa?»
«Da un incidente automobilistico. Ma ora è tutto passato.»
«Un incidente automobilistico?» La cosa lo sorprese e lo mise di nuovo in allarme. «Ed ero solo?»
«Sì, era da solo. Nella sua macchina, intendo dire. Nell’altra macchina erano in quattro, invece, ma anche loro stanno tutti bene. Non si preoccupi, a parte lei nessuno si è fatto male.»
Fausto aggrottò la fronte e provò a tirarsi su per mettersi a sedere. Non era facile, però, e nonostante l’immediato aiuto dell’infermiera carina rinunciò immediatamente al tentativo. Era davvero troppo faticoso.
«E di chi è la colpa», prese fiato, «dell’incidente?»
«Dell’altra vettura, pare. Un grosso fuoristrada sportivo. Sembra che abbia fatto un sorpasso azzardato.»
«Ah. Beh, allora un po’ di male avrebbero potuto farselo anche loro», osservò Fausto, deluso.
«La giustizia non è di questo mondo», disse a questo punto un’altra voce. Qualcuno dal fondo della stanza si alzò in pedi e si avvicinò al dottore.
«Posso parlargli, adesso, dottor Luciani?»
Il dottore annuì. «Va bene, ma mi raccomando... Senza esagerare.»
Fausto guardò il nuovo arrivato e il nuovo arrivato ricambiò lo sguardo. Fausto non era fisionomista, ma aveva la sensazione che quel volto gli fosse noto.
«Buonasera, signor Zardi. Come si sente? Bene?»
«Sì. Direi di sì. Mi sento fiacco, ma…», cercò la parola, «riposato. Come dopo un’influenza, sa?» Tentò nuovamente di tirare il corpo un po’ più in su, guadagnando un centimetro. «Non ho nessun dolore», concluse, con un mezzo sorriso di sollievo.
Anche il nuovo arrivato sorrise. «Bene. Ne sono felice.»
Un’altra persona si avvicinò al letto di Fausto, questa volta non dalla stessa parte del dottore e del signore che gli aveva detto di essere felice, ma dalla parte opposta, alla sua sinistra, dove già stava l’infermiera col bel viso.
«Vogliamo arrivare al dunque?», disse il secondo arrivo, e il primo commentò: «Un momento solo di pazienza. Magari il signor Zardi sente il bisogno di riposare.»
«Io?», disse Fausto, quasi sorpreso. «No, affatto. Mi sento benone.»
Il primo visitatore guardò il dottore interrogativamente. Il dottore alzò una palpebra di Fausto e gli osservò con calma il fondo dell’occhio; gli strinse tra le dita il polso per sentirne il battito; controllò quella che doveva essere una cartella clinica aggiornata. «Va bene. Può sostenere una conversazione», concluse infine, raccomandandosi di nuovo di non esagerare. Si allontanò con discrezione verso la penombra, e con un ultimo dolcissimo sorriso si allontanò di qualche metro anche l’infermiera.
Ora accanto al letto di Fausto erano rimasti solo i due visitatori. Anche il volto meno cordiale del secondo, comunque, gli sembrava per qualche strano motivo familiare.
Dovevano avere intuito a cosa stava pensando, perché il primo visitatore disse: «Mi dica, signor Zardi, lei ha capito chi siamo noi?»
«Beh, ecco… Effettivamente ho l’impressione che forse ci siamo già conosciuti, ma non ricordo dove.»
Il secondo visitatore tagliò corto. «Il signore alla sua destra è il Ministro dell’Informazione, Manerasi, a rappresentanza del governo, e io sono il responsabile per i rapporti con i simpatizzanti del PPD, a rappresentanza dell’opposizione.» Fece una pausa e disse il suo nome. «Sparini».
    (continua... "I numeri di Balducci e altre storie", racconto numero 8: "L'ultimo voto")


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9 luglio 2007

L'appuntamento

Ci sono ancora delle volte in cui, i primi giorni della primavera, nell’odore dell’aria si avverte qualche cosa di particolare.
Non si può parlare di profumo, perché in città aspettarsi tanto sarebbe eccessivo, ma è comunque un non so che di insolito, tra il frizzante e il fresco, che fa avvertire il passaggio dalla stagione fredda alla stagione nuova.
Forse si tratta di un qualche effimero messaggio ormonale, che ci accarezza i nervi e i sensi, predisponendoci all’azione; forse è solo il desiderio di adeguarsi ai luoghi comuni, che si aspettano qualcosa di completamente nuovo, ora che le giornate diventano più lunghe, calde e luminose. Fatto sta che molti hanno bisogno di muoversi e di
fare.
Ecco così che una domenica di fine marzo, in un parco pubblico della città di Roma, c’è gente che corre, gente che passeggia, chi gioca con gli amici e chi con i bambini. Quasi tutte le panchine sono occupate, soprattutto da persone anziane, e quasi tutti leggono il giornale o si riscaldano placidamente al sole.
Su una panchina in particolare è seduto un giovanotto robusto sui trent’anni, con i capelli corti e con lo sguardo serio. Sta carezzando la testa e il collo di un bel cane dal mantello nero, e l’animale, composto e tranquillo, lo lascia fare con la lingua penzoloni.
Intorno a loro passa un po’ di tempo, finché dalla stradina bianca che è di fronte alla panchina, lastricata di sassetti arrotondati, arriva un uomo che si ferma, esita un momento, si guarda intorno e infine si siede.
E’ un uomo magro, un metro e settanta circa, con la giacca chiara e la cravatta rosso scuro, i capelli ormai tendenti al grigio. Si toglie un filo dai calzoni, o qualcosa del genere. Si guarda un momento intorno, non vede nulla di attraente e allora osserva il giovanotto che accarezza il cane.
L'uomo con la giacca ha in mano un bel mazzetto di fiori azzurrini, gialli e rosa, e a un certo punto, quando il giovanotto che era già seduto si volta sentendosi osservato, indica l’animale e dice: «Bel cane. Veramente bello. Di che razza è?»
«Pastore belga.»
«Bello. Ed è un cucciolo oppure è grande, insomma adulto?»
«Ha quattro anni», risponde il giovanotto, scuotendo affettuosamente la testa dell'animale.
Il cane, che ha capito di essere l’oggetto della conversazione, muove le orecchie, dimena la coda allegro, poggia le zampe sopra le ginocchia del padrone.
L’uomo con i fiori annuisce. «Quattro anni, eh? Che moltiplicato sette - giusto? - fa ventotto anni circa di un uomo, no?»
«Esattamente», conferma l’altro. «Adesso giù, però, Clif. Stai giù, da bravo», si raccomanda, e il cane piega le gambe posteriori e si mette seduto, continuando a guardare il padrone con occhi speranzosi.
«Proprio un bel cane», approva l’uomo con i fiori. «Mi piacerebbe avere un cane così, magari un po’ più piccolo. Però ci vorrebbe un giardino… Una casa col giardino, dico. Un certo spazio, insomma. E naturalmente il tempo per portarlo a spasso tutti i giorni.»
«Eh sì.»
«C’è un cane che… Mi pare che si chiami beagle. Una specie di cocker col pelo corto e il musetto più schiacciato. Quello
, è un cane che mi piacerebbe per davvero!»
Il giovanotto si siede più comodamente. «Il cane di Charlie Brown», osserva.
«Già, è vero. Il cane di Charlie Brown», conferma il signore brizzolato, dopodiché non sembra che abbia altro da dire. Almeno, fino a che non guarda l’orologio. Dopodiché ci pensa sopra. Chiede: «Lei è qui da molto tempo? Voglio dire, qui, in questa panchina?»
Il giovanotto ci riflette un attimo. «Mah, un po’ prima che arrivasse lei. Dieci minuti, un quarto d’ora.»
«Ah, ecco. Un quarto d’ora… Gliel’ho chiesto perché doveva venire a sedersi una persona, in una di queste due panchine», e indica un’altra panchina con un pensionato. «Allora mi chiedevo se per caso aveva visto passare e fermarsi una ragazza… Con un foulard di colore viola.»
Il giovanotto aggrotta la fronte. «Viola?», ripete. «No, non mi pare proprio.»
Il signore sorride, però dà l’impressione di essere a disagio. «Ecco, il foulard viola è una specie di segnale di riconoscimento», dice. «E anche questi fiori sono un segnale.» Poi prova a spiegarsi meglio. «Cioè, prima di tutto sono un omaggio alla bellezza femminile… ma in questo caso anche un sistema per essere riconosciuti.»
L’uomo col cane non commenta. L’altro continua con la sua spiegazione.
«Il fatto è che avevo appuntamento con una ragazza che doveva avere un foulard viola intorno al collo, e la ragazza invece aveva appuntamento con una persona con la cravatta rossa e un mazzo di fiori...»
Il signore con i fiori adesso aspetta una reazione, per cui il giovanotto dice: «Per riconoscervi tra voi.»
«Esattamente. Di fronte alla fontana.» Stavolta indica una fontana rotonda e recintata. «Perché io non conosco la ragazza e la ragazza non conosce me. Ma con i fiori e la cravatta da una parte e con il foulard dall’altra, non ci sono problemi, no?»
L’uomo col cane dice soltanto: «Già.»
Il signore sembra un po’ deluso. Guarda di nuovo l’orologio e scuote la testa. «Sono arrivato con cinque minuti di ritardo, e adesso è passato un altro quarto d’ora.» Silenzio e infine un bel respiro. «Mi sa che a questo punto non verrà più.»
L’altro tace. Guarda il suo cane che è accucciato e che sembra sul punto di dormire. «Forse non è puntuale neanche la ragazza», osserva. «Ho delle amiche che a volte mi fanno aspettare in macchina anche più di mezz’ora.»
L’uomo con i fiori scuote di nuovo la testa. «No, non viene più, me lo sento, era destino. Un appuntamento al buio e io che arrivo in ritardo… Non mi era mai capitato di fare tardi. Mai.»
Il giovanotto è sorpreso. «Ah. Perché le capita di avere questi appuntamenti spesso?»
Anche l’altro si sorprende un poco. «Quali?»
«Beh, lei parlava di appuntamenti al buio, mi pare.»
«Ma no, gli appuntamenti in genere, intendevo dire. Io sono un tipo molto puntuale.»
Il giovanotto si rende conto dell’equivoco. «Ah.» 
 (continua... "I numeri di Balducci e altre storie", racconto numero 7: "L'appuntamento")


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17 giugno 2007

La patente

Le cose non stavano andando bene, a Carlos Divera.
Il mestiere di attore era fatto di lunghe attese, e durante quest'ultima, che durava da due mesi e mezzo, non si era vista una lira una.
L'ultima volta che aveva partecipato a un film si trattava di un spaghetti-western ambientato nella pericolosa città di Corpus Christi, al confine col Messico, ma in realtà ogni scena era stata girata in Andalusia. Aveva fatto la parte di un bandito messicano che in tutto il film diceva solamente: «Non ci piace per niente, la tua faccia, gringo», e poi moriva come un cane, ma il gringo in questione era il protagonista dello spaghetti-western, ossia il personaggio principale, e al produttore della Film Axa e al regista era piaciuto molto il modo professionale in cui Divera era crollato lentamente al suolo, colpito a morte in una delle scene più importanti.
Ora Divera si trovava a Parigi, per via di un film sulla Resistenza francese, e per vari motivi il suo provino era slittato di giorno in giorno, facendo aumentare il conto dell'albergo, così si ritrovava a non avere i soldi per fare un pasto come si deve.
Il luogo esatto in cui si trovava adesso era un bistrot sulla riva sinistra della Senna, dalle parti di Rue de Sèvres, e l'ora era pericolosamente prossima a quella della cena, dato che alcuni turisti già stavano mangiando wurstel e crauti a un tavolo vicino, mentre sul suo, di tavolo, cercavano compagnia una tazzina vuota di caffè e le bricioline di un croissant. Un po' pochino per un uomo atletico di un metro e settantacinque, che tra l'altro aveva sempre mangiato molto volentieri.
Divera guardò una bambina sui dieci anni che con un boccone solo mandava giù metà di un wurstel coperto di mostarda, e si sentì stringere lo stomaco per la tristezza. La carne e il vino rosso, a cui era abituato fin da piccolo, gli mancavano in modo doloroso. Era come se l'avessero separato ingiustamente da amici di gioventù ai quali era molto affezionato...
   (continua... " I numeri di Balducci e altre storie ", racconto numero 6: " La patente ")


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17 giugno 2007

Come mai proprio i mega centri commerciali?

Come mai, qui a Roma, vengono costruiti centri commerciali sempre più giganteschi ed invadenti? L'ultimo, in via di completamento all'EUR, incombe minacciosamente sulla Cristoforo Colombo, quasi invadendola, cancellando e nascondendo gran parte del panorama e già rivoluzionando in peggio la circolazione. Consiste in questo la valorizzazione del territorio? E' così che si riduce l'utilizzo dell'automobile?




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13 giugno 2007

Marea

I francesi, per esempio. Chiamano il mare al femminile: "la mer".

A volte, verso le sette e mezza, otto del mattino, la marea è una distesa grigia e quieta, appena increspata da file di onde leggerissime e aggraziate.
L’acqua scivola sulla battigia provocando solo un debole fruscio, e qualche cosa, nel frusciare e nel modo in cui la massa lucida si muove in superficie e poi si spande sulla prima riva, fa pensare a un grande corpo semiliquido in riposo, che a modo suo respira, pensa, sogna, vive.
Gli spostamenti pieni di cautela delle onde possono acquistare un ritmo nuovo, indefinibile, sfuggente; una cadenza languida e suadente, che sembra indurre anche il tempo a rallentare...
Volersi immergere per fare un bagno, allora, può essere fatale.

Erano da poco passate le sette e mezza del mattino e la spiaggia era deserta. Dario ammirò la grande distesa d’acqua incredibilmente quieta provando un piacevole senso di appagamento: neanche una nuvola macchiava il cielo, né vi era un alito di vento fastidioso.
Sorrise, sorpreso di essere così di buonumore, e raggiunse il margine del mare, la battigia di sabbia compatta e scura, dove raccolse con le mani un poco d’acqua fresca per bagnarsi le braccia e il viso. Si spinse avanti, quindi, camminando sopra il basso e limpido fondale.
L'acqua era bellissima, insolitamente calda e cristallina. Sotto i suoi passi cauti, la sabbia nemmeno si sollevava. Dario avanzò sentendo rispetto e gratitudine, per questo miracolo quotidiano.
Quando fu immerso fino alla vita si guardò con piacere intorno: il mare, sia lì vicino che fino all’orizzonte, era talmente immobile e perfetto che provò la curiosa sensazione di scivolarvi sopra solamente con il tronco, invece di passarvi attraverso; come se dalla cintola alla pianta dei piedi il corpo gli si fosse progressivamente sciolto, o meglio ancora (e l’immagine si impresse niente affatto minacciosa nella mente) come se fosse stato sezionato da un’affilatissima lama di rasoio.
Si buttò in acqua, avanzando a rana sul filo del fondale, e risalì per riprendere fiato. Si immerse nuovamente a capo sotto, per fare qualche verticale sulle mani, e si divertì a mantenere l’equilibrio più a lungo che poteva. Nuotò sul dorso e fece anche il morto a galla, poi con lo sguardo cercò la boa di segnalazione, rossa, e quando l’ebbe individuata cominciò a nuotare in quella direzione, attento a non forzare l’andatura.
Si sentiva bene. Era pienamente consapevole del proprio corpo e dei movimenti che faceva. Percepiva con chiarezza sia la resistenza che l’appoggio dati dalla superficie liquida e il giusto accordo tra l’energia delle sue bracciate e le possibilità del suo respiro. Un accordo che gli permetteva di avanzare con piacere e poco sforzo, tagliando l’acqua senza provocare spruzzi né rumore; tanto che quando arrivò alla boa che segnalava la distanza che le barche a motore dovevano mantenere dalla riva, continuò a nuotare tenendosi parallelo alla striscia chiara della spiaggia, che vedeva ogniqualvolta respirava verso destra.
Contò quaranta bracciate ancora, prima di fermarsi, ma avrebbe potuto anche continuare. Sulla spiaggia non si distingueva alcuna macchiolina in movimento, né vi erano imbarcazioni di qualsiasi tipo in mare. Poiché era ancora presto e aveva desiderio di sentirsi libero, si sfilò il costume e si distese sulla schiena a riposare.
Trattenendo il pezzo di stoffa con la mano destra, allargò le braccia a croce lasciando che l’acqua lo sorreggesse. Chiuse gli occhi e si rilassò.

Cristo, come si stava bene.
In piena sintonia col corpo e con lo spirito, davvero.
Tutte le fesserie del mondo a debita distanza.
Tutto il tempo necessario per non pensare esattamente proprio a nulla.
Si ripromise di continuare a praticare in qualche modo un po’ di moto all’aria aperta anche dopo le vacanze, invece di limitarsi a frequentare la palestra. Pochi minuti di corsa leggera e senza traumi, la mattina presto, prima che cominciasse il traffico e la confusione, gli avrebbero permesso di respirare l’aria migliore. Dopodiché una veloce doccia fresca lo avrebbe preparato degnamente alla giornata.
Ad ogni giornata, pensò, girandosi. E vide la spiaggia più distante di quanto immaginava.
  
(continua... " I numeri di Balducci e altre storie ", racconto numero 5: " Marea ")


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9 giugno 2007

Non ci provare

Sto tornando a casa e sono euforico, perché stasera Alessia mi ha sorriso. Nello stereo ho messo "Nevermind" dei Nirvana, un album tosto per guidare.
   
Mi affaccio in via Togliatti senza cattiveria e un'auto arriva da sinistra come un treno, facendo i fari per impormi di aspettare. Mi immetto nella strada e l'auto è già parecchio avanti: sta lampeggiando nuovamente, stavolta a un'altra macchina che la precede.
   
Stronzo.
   
Odio la gente che fa così, persino a notte fonda, quando non c'è l'ossessione di arrivare in orario sul posto di lavoro. Si credono gran piloti e i padroni della strada, e corrono anche se intorno a loro la gente sta andando inevitabilmente piano, a causa del traffico intasato.
   
Poiché la macchina davanti al gran pilota si sposta sulla destra, per dargli strada, mi infilo nella corsia scorrevole anch'io, mentre la musica dei Nirvana comincia ad esaltarmi un po'.
  
E' un'Alfa 33, l'auto che lampeggia: un'auto datata, con le marce corte e cavalli di potenza non indifferenti, ma deve rallentare perché davanti a lei tre-quattro macchine sono disposte in fila. Io gli sono attaccato dietro, adesso, e per un attimo la illumino con gli abbaglianti, così il pilota gusta la stessa medicina che sta imponendo agli altri.
  
Stronzo. Scommetto che non ti piace e rido. Mi sento un giustiziere, per averlo fatto; un giustiziere che vendica la comunità.
   (continua... " I numeri di Balducci e altre storie ", racconto numero 4: " Non ci provare ")


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9 giugno 2007

Come mai le automobili?

Come mai le automobili, proprio nel momento in cui i carburanti costano di più e la circolazione e il parcheggio diventano una vera e propria croce, aumentano costantemente di dimensione, peso e consumi?


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5 giugno 2007

Ciao, io sono un Mac. E io sono un Pc

Un nuovo, efficace ed esilarante modo di fare pubblicità comparativa.
Ai danni dei Pc Microsoft.
I divertenti filmati su:
http://www.apple.com/it/getamac/




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4 giugno 2007

Cinque minuti

E’ la tranquillità che dà valore e dignità all’esistenza di un uomo. Fare le cose con l’armatura inattaccabile di tutto il tempo che mi può servire - il tempo logico più il tempo illogico riservato alle avversità - fa sì che mentre gli altri si fronteggiano e si sbranano su strade asfaltate e scolorite strisce pedonali, io possa scuotere con sacrosanta disapprovazione la mia testa grigia, e anche provare, di fronte agli errori più grossolani dei maldestri, una paterna e indulgente simpatia.
    Di questa indulgenza mi sentivo ricco, alle 18 e 4 minuti del 24 maggio 1999, dopo aver trovato parcheggio ad un minuto di distanza dall’agenzia assicurativa di Largo Pannonia. Il tempo mite, il cielo sereno, la luce del sole e la percezione di una cena che avrei passato in buona compagnia.
Di questa indulgenza mi sentivo ricco, e una signora anziana dice: «Scusi, che mi potrebbe fare un piccolo piacere?»
   In realtà, io non ho capito cosa ha detto la signora. Abito a Roma, dove si viene fermati in continuazione da persone che chiedono quattrini, quindi in realtà ho sentito qualcosa come «Scusi, che mi potrebbe dare qualche cosa?», e di conseguenza sorrido, non interrompo il passo e meccanicamente dico: «No, mi dispiace.»
   «E’ che co’ ‘ste gambe non riesco proprio a camminare», continua la signora, e realizzo che è molto bassa, anziana, con le gambe grosse e pesanti e che si trova in evidente difficoltà. Così mi viene in mente mia nonna che è morta da parecchi anni (e inoltre è sempre stata robusta e attiva fino all'ultimo, però mi viene ugualmente in mente) e comprendo che la signora ha detto: «Scusi, che mi potrebbe fare un piccolo piacere?», guardo la porta dell’agenzia assicurativa a pochi metri di distanza, consulto l’orologio che segna le 18 e 5 minuti, penso che ho 25 minuti a disposizione e faccio l'errore di chiedere per scrupolo: «Cosa è successo? Le serve aiuto?».

   (continua... "  I numeri di Balducci e altre storie", racconto numero 3: " Cinque minuti ")


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31 maggio 2007

Come mai le banche...

Come mai piu' la crisi economica si fa grave e nel mio quartiere aumenta il numero delle banche?




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25 maggio 2007

Raccolta di racconti brevi



Che cosa può mai accomunare
cacciatori di vampiri,
patiti delle sequenze numeriche,
ostaggi di vecchiette,
automobilisti euforici,
nuotatori incalliti,
attori in difficoltà economiche,
valutatori di manoscritti,
elettori cagionevoli,
sposi cinefili,
seduttori depressi,
proprietari di pesci rossi
e bevitori dilettanti?
Problemi.
I soliti problemi.

E' uscito "I numeri di Balducci e altre storie", una raccolta di 13 racconti brevi di Andrea Bellizzi.
Il libro e' reperibile nel catalogo del sito book on demand Stampalibri.it, sezione Narrativa.

Link al sito Stampalibri.it:  www.stampalibri.it 
Link diretto alla sezione Narrativa: http://www.stampalibri.it/ecommerce/index.html


Il libro “I numeri di Balducci e altre storie” è composto da 13 racconti brevi, di nevrosi e frustrazione quotidiana. I registri sono diversi:

“Problemi - 1” e “Problemi - 2” sono due racconti brevissimi,  che servono da apertura e chiusura ironica della raccolta.

“Cinque minuti”, “La patente”, “L'appuntamento”, “Una avventura”, “La sindrome del Laureato”, “I numeri di Balducci”, “Non ci provare” e “L'ultimo voto” sono racconti più lunghi, di stampo realistico, con personaggi costretti ad affrontare situazioni semplicemente spiacevoli o imbarazzanti, a volte anche con risvolti comici (i primi cinque), oppure decisamente drammatiche e senza via di scampo (gli ultimi tre).

“Marea, “Pesci” e “Lacrima C” galleggiano o affondano nelle acque sfuggevoli dell'inspiegabile.

Accomuna un po' tutti i racconti, l'obiettivo di sorprendere il lettore. A costo di aspettare l’ultima riga.


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